18 marzo

San Cirillo di Gerusalemme Vescovo e dottore della Chiesa

Cerca di tenere bene a memoria il simbolo della fede (il credo). Esso non è stato fatto secondo capricci umani, ma è il risultato di una scelta dei punti più importanti di tutta la Scrittura. Essi compongono e formano l’unica dottrina della fede. E come un granellino di senapa, pur nella sua piccolezza, contiene in germe tutti i ramoscelli, così il simbolo della fede contiene, nelle sue brevi formule, tutta la somma di dottrina che si trova tanto nell’antico quanto nel Nuovo Testamento.

Cirillo nacque verso il 315 probabilmente a Gerusalemme.
Ordinato presbitero intorno al 345, fu uomo particolarmente attento alla preparazione dei catecumeni aspiranti al sacramento del battesimo celebrato nella notte di Pasqua. È in questi anni di sacerdozio che compose l’opera che ancora oggi è giustamente nota: le Catechesi contengono discorsi che illustrano la dottrina cristiana (i primi 19 discorsi tenuti nella basilica del Santo Sepolcro edificata a Gerusalemme da Costantino sono indirizzati ai catecumeni) e ne spiegano i sacramenti (i discorsi 20-24 furono rivolti ai battezzati ammessi alla Chiesa Anastasis per comprendere il significato della prassi liturgica).

Disputa cristologica
Cirillo fu severamente impegnato nella disputa cristologica seguita all’affermazione del simbolo niceno. Questo, proclamato nel I Concilio Ecumenico di Nicea nell’anno 325, non aveva sancito la sconfitta degli ariani sostenitori di una cristologia che negava a Gesù Cristo uguale divinità del Padre: il termine “della stessa sostanza”, homoousios, costituì l’affermazione cristologica contro la deriva ariana.
Terminato il Concilio, infatti, si aprì una lunga e dolorosissima stagione che vide la Chiesa dividersi sulla questione cristologica. Non tutti si professarono niceni (come l’illustre vescovo e Dottore della Chiesa sant’Atanasio di Alessandria d’Egitto), né il partito ariano costituiva un blocco monolitico. I più oscillavano tra le due posizioni.

Esilio di Cirillo
Cirillo di Gerusalemme come Acacio, vescovo di Cesarea (340-366), e molti altri, conosceva una posizione intermedia e personale. A causa di questioni legate al rapporto tra Chiese, Acacio, sposando definitivamente una dottrina marcatamente ariana e garantendosi così il sostegno imperiale, riuscì ad allontanare ripetutamente Cirillo dalla sua sede episcopale. Fu, così, prima deposto ed esiliato dall’imperatore Costanzo nel 357 e nel 360, poi dall’imperatore Valente dal 367 al 378.
L’imperatore Teodosio (379-395) pose fine al suo esilio durato complessivamente 16 anni: Cirillo poté nella sua autorevolezza partecipare al II Concilio Ecumenico, celebrato a Costantinopoli nel 381, dove sottoscrisse completamente il simbolo, divenuto niceno-costantinopolitano, accettando il termine homoousios. Fu dichiarato Dottore della Chiesa da papa Leone XIII nel 1882.

Deposta dunque ogni malizia e ogni frode e ipocrisia, le gelosie e ogni maldicenza, come bambini appena nati bramate il puro latte spirituale, per crescere con esso verso la salvezza: se davvero avete già gustato come è buono il Signore.

Catechesi V Mistagogica
San Cirillo di Gerusalemme
Passaggio ad altri argomenti

  1. Per la misericordia di Dio, nelle precedenti riunioni avete sentito parlare sufficientemente del battesimo, dell’unzione e della comunione del corpo e del sangue di Cristo. Ora si deve passare al seguito. Oggi si pone la corona all’edificio spirituale del vostro profitto.

La purificazione da ogni peccato
  2. Avete visto il diacono che dava da lavare al celebrante e ai presbiteri che stavano intorno all’altare di Dio. Non dava certamente l’acqua per lo sporco materiale che non c’era. All’inizio siamo entrati in chiesa senza avere lo sporco materiale. Ma lavarsi è simbolo che noi dobbiamo purificarci da ogni peccato e mancanza. Le mani sono simbolo dell’azione e noi lavandole alludiamo naturalmente alla purezza e alla irreprensibilità delle azioni. Non hai sentito il beato Davide che ha spiegato questo mistero :«Laverò le mie mani tra gli innocenti e circonderò il tuo altare, Signore»? Dunque lavarsi le mani non è essere soggetto all’imputazione dei peccati.

Il bacio del perdono
  3. Poi il diacono avverte a voce alta: «Prendetevi l’un l’altro e salutiamoci scambievolmente». Non pensare che questo bacio sia simile a quelli che avvengono sulla piazza tra amici comuni. Non è nulla del genere. Questo bacio unisce le anime tra loro e le induce ad ogni perdono. Il bacio è segno dunque che le anime si uniscono e cacciano ogni rancore. Per questo il Cristo disse: «Se tu stai facendo la tua offerta sull’altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, lascia la tua offerta sull’altare a va’ prima a riconciliarti con tuo fratello e poi vieni a presentare la tua offerta». Dunque il bacio è riconciliazione e, per questo, santo, come dice ad alta voce il beato Paolo: «Salutatevi l’un l’altro nel bacio santo». E Pietro: «Salutatevi l’un l’altro nel bacio della carità».

In alto i cuori
  4. Poi il sacerdote esclama: «In alto i cuori». Veramente in quel terribile momento bisogna avere in alto il cuore verso Dio e non sulla terra e le cose terrene. Con forza il sacerdote ordina a quel punto di allontanare dalla mente tutti gli affanni della vita, le sollecitudini di casa, e di rivolgere il cuore al cielo, a Dio misericordioso. Allora voi rispondete: «L’abbiamo rivolto al Signore» obbedienti a ciò che voi confessate. Nessuno vi sia che quando con la bocca dice «l’abbiamo rivolto al Signore» abbia per distrazione la mente negli affanni terreni. Sempre bisogna ricordarsi di Dio. Se ciò è impossibile per la debolezza umana, almeno in quel momento bisogna desiderarlo.

Rendiamo grazie al Signore
  5. Dopo il sacerdote dice: «Rendiamo grazie al Signore». Veramente dobbiamo rendere grazie perché, pur essendo indegni, ci ha chiamato a tanta grazia, perché ci ha riconciliato da nemici, perché ci ha fatto degni dello spirito di filiazione. Allora voi rispondete: «È cosa degna e giusta». Nel rendere grazie noi facciamo una cosa degna e giusta. Egli ha compiuto una cosa più che giusta e ci ha beneficato degnandoci di siffatti beni.

Santo, santo, santo il Signore degli eserciti
  6. Dopo di ciò ci ricordiamo del cielo, della terra, del mare, del sole e della luna, delle stelle, di tutto il creato ragionevole e irragionevole, visibile e invisibile, degli angeli, degli arcangeli, delle virtù, delle potenze, delle signorie, dei principati, dei troni, dei cherubini dalle molte facce, dicendo fortemente con Davide: «Magnificate con me il Signore». Ci ricordiamo anche dei serafini che Isaia contemplò nello Spirito Santo mentre stavano intorno al trono di Dio. Con due ali nascondevano il volto, con due i piedi, e con due volavano dicendo: «Santo, Santo, Santo il Signore degli eserciti». Perciò noi diciamo la dossologia che ci è stata trasmessa dai serafini, perché partecipi dell’inno siamo partecipi delle schiere celesti.

Spirito Santo e santificazione
  7. Poi santificatici mediante gli inni spirituali, invochiamo Dio misericordioso di inviare lo Spirito Santo sulle offerte perché trasformi il pane in corpo di Cristo e il vino in sangue di Cristo. Ciò che lo Spirito Santo tocca viene santificato e trasformato.

Preghiere per le varie intenzioni
  8. Poi, dopo che si è compiuto il sacrificio spirituale, il rito incruento, su questa vittima di propiziazione, noi invochiamo Dio sulla pace comune delle chiese, sul buon ordine del mondo, sui re, sugli eserciti e gli alleati, sui malati e sugli afflitti. In una parola, su tutti quelli che hanno bisogno di aiuto noi tutti preghiamo, offrendo questo sacrificio.

Preghiera per i defunti
  9. Ci ricordiamo di quelli che sono morti, prima dei patriarchi, dei profeti, degli apostoli, dei martiri perché Dio per le loro preghiere e mediazioni accolga la nostra supplica. Poi dei nostri santi padri e vescovi defunti e di tutti quelli che naturalmente si sono addormentati prima di noi. Crediamo che ci sia un grande vantaggio per le anime, per le quali viene offerta la supplica, quando è presente la santa e tremenda vittima.

Dio misericordioso
  10. Vi voglio persuadere con un esempio. So che molti dicono: Quale vantaggio ha un anima dopo che esce da questo mondo con i peccati o senza, se viene ricordata durante il sacrificio? Ammettiamo che un re abbia esiliato alcuni che l’hanno offeso. Se alcuni parenti intrecciando una corona gliela offrono per i condannati, il re non darà forse il perdono delle pene? Così noi, presentando a Lui le preghiere per i defunti anche se peccatori, non intrecciamo la corona, ma presentiamo il Cristo immolato per i nostri peccati, rendendoci propizio Dio misericordioso per loro e per noi.

Padre nostro
  11. Poi tu reciti la preghiere che il Salvatore trasmise ai suoi discepoli. Con coscienza pura chiamando Dio Padre dici: «Padre nostro che sei nei cieli». O grande misericordia di Dio. A coloro che l’avevano abbandonato e si erano trovati all’estremo dei mali, egli ha concesso un tale perdono e partecipazione di grazie da essere chiamato anche Padre. Padre nostro che sei nei cieli. I cieli potrebbero essere anche quelli che hanno l’immagine del cielo, tra i quali Dio abita e si muove.

Sia santificato il tuo nome
  12. «Sia santificato il tuo nome». Santo per natura è il nome di Dio, sia che lo diciamo sia che non lo diciamo. Tra i peccatori, talvolta, è profanato secondo il detto biblico: «Per voi il mio nome è sempre bestemmiato tra le nazioni». Noi preghiamo che in noi sia santificato il nome di Dio. Certo non preghiamo che dal non essere santo passi ad esserlo, ma che diventi santo in noi che ci santifichiamo e facciamo cose degne di santità.

Venga il tuo regno
  13. «Venga il tuo regno». È dell’anima pura dire con libertà: «Venga il tuo regno». Chi ha sentito Paolo: «Che il peccato non regni nel vostro corpo mortale» e si è conservato puro nell’azione, nel pensiero e nella parola, potrà dire a Dio: «Venga il tuo regno».

Sia fatta la tua volontà
  14. «Sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra». Gli angeli beati e divini fanno la volontà di Dio come cantando Davide diceva: «Benedite il Signore, voi tutti angeli suoi, potenti nell’attuare la sua parola». Pregando dunque con intensità dici: Come negli angeli si fa la tua volontà, così anche sulla terra la si compie in me, o Signore.

Il pane sostanziale
  15. «Dacci oggi il nostro pane sostanziale». Il pane comune non è sostanziale, ma il pane santo è sostanziale, cioè ordinato per la sostanza dell’anima. Questo pane non ha posto nel ventre e non va a finire nella latrina, ma si estende per tutta la tua persona a vantaggio dell’anima e del corpo. «Oggi» sta per ogni giorno come dice Paolo: «Fino a quando si dice oggi».

Rimetti a noi i nostri debiti
  16. «E rimetti i nostri debiti, come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori». Abbiamo molti peccati perché sbagliamo in parole e in pensieri e facciamo molte cose degne di riprovazione. «Se diciamo che non abbiamo peccato, siamo menzogneri», come dice Giovanni. Noi stabiliamo un patto con Dio, pregandolo di perdonare i peccati, come anche noi rimettiamo i debiti al prossimo. Sapendo quali cose riceviamo in cambio, non siamo indecisi né indugiamo a perdonarci a vicenda. Le mancanze commesse verso di noi sono piccole, leggere e conciliabili, mentre quelle da noi fatte a Dio sono grandi e abbiamo bisogno solo della sua misericordia. Guarda dunque che per le offese piccole e leggere verso di te tu non abbia ad impedire il perdono di Dio dei tuoi gravissimi peccati.

Non c’indurre in tentazione
  17. «E non c’indurre in tentazione», Signore. C’insegna forse il Signore a pregare di non essere mai tentati? Perché dice altrove: «L’uomo non tentato non è provato» e di nuovo: «Considerate, fratelli, suprema gioia quando subite ogni sorta di tentazioni». Però entrare in tentazione non è farsi sommergere dalla tentazione. Infatti la tentazione sembra come un torrente di difficile passaggio. Alcuni che nelle tentazioni non si lasciano sommergere l’attraversano. Sono bravi nuotatori che non si fanno trascinare dal torrente. Gli altri che tali non sono, entrati ne vengono sommersi. Così, ad esempio, Giuda entrato nella tentazione dell’avarizia non la superò, ma sommerso materialmente e spiritualmente si impiccò. Pietro entrò nella tentazione di rinnegamento, ma superandola non ne fu sommerso. Attraversò il torrente con coraggio e non ne fu trascinato. Senti ancora in un altro passo il coro di santi perfetti, che ringrazia di essere scampato alla tentazione. «Tu ci hai provato, o Dio, come l’argento ci passasti al fuoco. Tu ci hai spinto nella rete, tu hai posto sulle nostre spalle le sofferenze; tu hai fatto passare gli uomini sulle nostre teste. Abbiamo attraversato il fuoco e l’acqua e ci hai sospinto verso il refrigerio». Vedi che parlano della loro traversata senza essere andati a fondo?. E tu «ci hai sospinto al refrigerio». Entrare nel refrigerio è essere liberato dalla tentazione.

Liberaci dal maligno
  18. «Ma liberaci dal maligno». Se il «non indurci in tentazione» significa non essere per nulla tentati, Gesù non avrebbe detto: «Ma liberaci dal maligno». Il maligno è il nostro avversario, il demonio, dal quale preghiamo di essere liberati.

Al termine della preghiera dici: «Amen» 
sottolineando con l’amen che significa «così sia» ciò che è nella preghiera da Dio insegnata.

Le cose sante ai santi
  19. Dopo il sacerdote dice: «Le cose sante ai santi». Sante sono le offerte che hanno ricevuto la venuta dello Spirito Santo. Santi anche voi che siete stimati degno dello Spirito Santo. Le cose sante si addicono ai santi. Poi voi dite: «Uno solo il santo, uno solo il Signore, Gesù Cristo». Veramente egli solo per natura è santo. Noi, tuttavia, siamo santi non per natura, ma per partecipazione, per esercizio e per preghiera.

La comunione dei santi misteri
  20. Dopo ascoltate un cantore che con melodia divina vi invita alla comunione dei santi misteri e dice: «Gustate e vedete come è buono il Signore». Non giudicate dalla laringe corporale ma dalla fede indubitabile, voi che mangiaste non il pane e il vino che gustate, ma quello che rappresenta il corpo e il sangue di Cristo.

Prendere con cura il pane corpo di Cristo
  21. Avvicinandoti non procedere con le palme delle mani aperte, né con le dita separate, ma con la sinistra fai un trono alla destra poiché deve ricevere il re. Con il cavo della mano ricevi il corpo di Cristo e dì: «Amen». Con cura santifica gli occhi al contatto del corpo santo e prendilo cercando di non perdere nulla di esso. Se tu ne perdi, è come se fossi amputato di un tuo membro. Dimmi: se qualcuno ti regalasse delle pagliuzze d’oro non le prenderesti, guardandoti con molta cura dal non perdere nulla di esse e dal non rovinarle? Non salvaguarderai maggiormente ciò che è più prezioso dell’oro e più stimato delle pietre preziose perché non cada neanche un frammento?

Il sangue di Cristo
 22. Dopo la comunione del corpo di Cristo avvicinati al calice del sangue. Senza stendere la mani, ma inchinandoti e con un gesto di adorazione e di venerazione dì: «Amen», e santificati prendendo il sangue di Cristo. Sino a quando l’umido è sulle labbra toccalo con le mani e santifica gli occhi, la fronte e gli altri sensi. Poi, in attesa della preghiera, rendi grazie a Dio che ti ha degnato di tali misteri.

Santificarsi alla venuta del Signore
  23. Conservate intatte queste tradizioni e voi stessi conservatevi irreprensibili. Non separatevi dalla comunione, e per macchia del peccato non privatevi di questi sacri e spirituali misteri. Il Dio della pace vi santifichi totalmente. Il vostro corpo, l’anima e lo spirito siano in ogni parte salvaguardati alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo, a cui sia gloria per i secoli dei secoli.

Preghiera
O Dio, che con l’insegnamento di san Cirillo hai guidato la tua Chiesa a comprendere la profondità dei misteri cristiani, donaci, per sua intercessione, di conoscere te e colui che hai mandato, Gesù Cristo tuo Figlio, per possedere la pienezza della vita eterna. Per il nostro Signore. Amen.